C’è un momento, nel cuore della notte, in cui il rumore del mondo si spegne e restano solo i pensieri più nudi. È in questo spazio sospeso che è nato “Figl’ d’’a luna”, il nuovo concept album di Moonaciè, nome d’arte del cantautore e pianista jazz Giuseppe Russo. Disponibile dal 20 marzo su tutte le piattaforme, il disco è un viaggio intimo che rivendica il diritto di sparire per potersi ritrovare.
Un ritorno alle radici nel cuore di Napoli
Non è un caso che la presentazione dal vivo avvenga domenica 22 marzo (ore 19:00) nella Chiesa Madonna della Mercede in Piazza Montecalvario. Tra i vicoli dei Quartieri Spagnoli, la musica di Moonaciè trova la sua camera dell’eco naturale. “Sono canzoni che non vogliono piacere a tutti. Non inseguono. Se ti somiglieranno, le riconoscerai“, dichiara l’artista, marcando una distanza netta dalle logiche del pop usa-e-getta.
L’architettura del disco: nove frammenti di esistenza
L’album, prodotto dallo stesso Russo per Vesuvio Vibes Records, si articola in nove tracce dove il pianoforte jazz si sposa con una scrittura narrativa profonda. Se brani come “Vivo” e “R-Esistenza” (con Yuri Salvatore e I ragazzi di Miniera) esplorano il tema della resilienza, è in “Sott’ ‘O Balcone” che si tocca l’apice dell’architettura sonora, grazie al contributo di musicisti come Aldo Capasso, Sebastiano Esposito e Cristiano Caiazzo.
Il nome d’arte scelto da Giuseppe Russo richiama lo spirito della tradizione partenopea, ma lo reinterpreta in chiave moderna. Come l’antico spirito che appare e scompare, l’artista sceglie il distacco dal frastuono mediatico per proteggere la propria sensibilità, riemergendo solo quando la fragilità si è compiutamente trasformata in arte.
Dalla Farfisa del nonno al Conservatorio
Classe 1994, cresciuto a Maddaloni a “pane e Carosone”, Giuseppe Russo ha trasformato quella vecchia tastiera regalatagli dal nonno in una carriera accademica di rilievo. Laureato in Pianoforte Jazz al Conservatorio di Benevento, Moonaciè fonde oggi la disciplina tecnica con un’urgenza espressiva che affonda le mani nelle radici della canzone classica napoletana, proiettandola verso orizzonti contemporanei.
“Figl’ d’’a luna” non è solo un disco: è una bussola per chi si sente smarrito e, nel buio della notte, cerca ancora una luce capace di indicare la strada.



