L’enologia insegna che ogni bottiglia racchiude una storia fatta di attese, scoperte e retrogusti. Una similitudine perfetta per descrivere le dinamiche relazionali, come dimostra Giulia Latini nel suo libro “Degustazione sentimentale“, presentato in occasione del Fara Film Festival 2026. Sommelier e content creator, l’autrice utilizza il vocabolario della degustazione per mappare i sentimenti, trasformando le figure maschili in una vera e propria carta dei vini con annate specifiche, etichette promettenti e calici capaci di stordire.
Il borgo di Fara in Sabina, storicamente legato alla produzione di olio e vino di qualità, diventa la cornice ideale per accogliere un’opera che intreccia la cultura enogastronomica con la consapevolezza personale. Abbiamo incontrato Giulia Latini per capire come la passione per le grandi etichette si sia fusa con la scrittura.
Al Fara Film Festival 2026 riceverai un premio speciale anche in virtù del successo del tuo scritto. Il tuo libro nasce più da un’idea “cinematografica” o da un’esperienza personale? Direi da un’esperienza personale. Non è un’autobiografia, ma tutto quello che racconto nasce da emozioni ed un vissuto personale che conosco bene. Mi piace pensare che ogni storia, quando è sincera, abbia già qualcosa di cinematografico: immagini, silenzi, dialoghi che rimangono. Ho semplicemente provato a trasformare tutto questo in parole, lasciando che fossero i lettori a costruire il film nella loro testa attraverso la lente con cui vedo il vino.
Qual è il tuo vino preferito? Non ho un vino preferito: dipende molto da dove mi trovo, da come mi sento e da cosa sto mangiando. Se devo citare alcuni vini che amo, direi Le Pergole Torte, il Barbaresco di Gaja e il Barolo Monfortino. Ma il vero imprinting l’ho avuto con i grandi Pinot Noir di Borgogna: sono quelli che mi hanno fatto capire fino in fondo quanto un vino possa emozionare.
Sei seguitissima sui social e abituata al ritmo veloce dei contenuti. Com’è stato il passaggio dalla velocità di un Reel alla lentezza e profondità della scrittura di un libro? È stato quasi terapeutico. Sui social hai pochi secondi per catturare l’attenzione; in un libro puoi concederti il lusso di respirare, di fermarti, di approfondire. Sono due linguaggi completamente diversi, ma hanno una cosa in comune: se non sei autentico, chi ti legge o ti guarda se ne accorge subito. Scrivere un libro mi ha ricordato che non tutto deve essere veloce per lasciare il segno.
Cosa ti aspetti da questo Festival? Sei felice di visitare Fara in Sabina? Assolutamente sì. È la mia prima volta a Fara in Sabina e sono sempre felice di scoprire luoghi nuovi, soprattutto quando hanno un’identità così forte. Mi aspetto di incontrare persone curiose, di parlare del libro e di confrontarmi con chi lo leggerà senza filtri. Sono quei momenti che preferisco, perché ogni presentazione diventa una conversazione diversa e arricchisce molto umanamente.
Senza spoilerare troppo, qual è il cuore del tuo libro? Quale messaggio speri arrivi prima di tutto a chi lo leggerà e poi lo vedrà presentato qui a Fara? Il cuore del libro è l’idea che alcune persone arrivino nella nostra vita per insegnarci qualcosa, anche quando le storie non finiscono come avremmo voluto. Parla di amore, certo, ma soprattutto di crescita, di consapevolezza e del coraggio di lasciare andare ciò che non ci fa più stare bene. Se anche una sola persona, chiudendo l’ultima pagina, si sentirà un po’ meno sola nelle proprie emozioni, allora avrò raggiunto il mio obiettivo. Inoltre la metafora del vino è anche per dare accesso in modo semplice al lettore ad una mia grande passione. Più ci si addentra nella lettura e più la metafora si fonde. Le radici sono importanti in tutto.
Quanto contano titolo e immagine di copertina per te? Ci racconti com’è nato e se c’è un dettaglio nascosto che solo tu e l’editore conoscete? Per me contano tantissimo, perché sono il primo incontro tra il libro e il lettore. “Degustazione sentimentale” nasce dall’idea che le emozioni siano un po’ come il vino: non si possono capire davvero se non ci si prende il tempo di assaporarle, anche quando lasciano un retrogusto amaro. La copertina voleva raccontare con ironia una sensazione costante che mi accompagna da anni: la malinconia. C’è un piccolo dettaglio che abbiamo voluto inserire pensando a chi osserva con attenzione: è un invito a fermarsi, perché proprio come nella vita, spesso sono i particolari a raccontare la storia più importante.
Siamo in un borgo dove si produce olio e vino. Quanto è importante, secondo te, conoscere il proprio territorio? È fondamentale. Credo che il vino e l’olio siano molto più di un prodotto: sono un modo per raccontare la storia, la cultura e le persone di un luogo. Conoscere il proprio territorio significa imparare a riconoscerne il valore e sentirsi parte di qualcosa. Ed è anche il modo migliore per raccontarlo agli altri in maniera autentica.
Dopo questo libro e la presentazione a Fara, qual è in generale il sogno che ti piacerebbe realizzare? Continuare a raccontare storie, in qualsiasi forma. Mi piacerebbe scrivere ancora, magari vedere un giorno un mio progetto trasformarsi in qualcosa di audiovisivo, perché la settima arte ha la capacità di dare un’altra vita alle emozioni. Ma il sogno più grande, in realtà, è continuare a creare qualcosa che faccia sentire le persone comprese. Se quello che faccio riesce anche solo per qualche minuto a far sentire qualcuno meno solo, allora penso di essere sulla strada giusta e fa sentire meglio anche me.



