ERRI DE LUCA A FILOROSSO (RAI 3): «LE PAROLE ME LE CERCO, LE DIFENDO. PENSO CHE LE PAROLE DIFENDANO ME»

«Le parole me le cerco, le difendo. Penso che le parole difendano me». È da questa dichiarazione che Erri De Luca riparte nella sua prima intervista pubblica dopo le recenti polemiche, andata in onda questa sera durante la prima puntata della nuova stagione di Filorosso, su Rai 3.

Intervistato da Antonino Monteleone, lo scrittore ha scelto di riportare il confronto sul terreno che gli è più congeniale: quello del linguaggio.
«Le parole non sono semplicemente definizioni di vocabolario. Sono effetti sentimentali», ha spiegato, soffermandosi sul peso che il lessico utilizzato nel dibattito pubblico può avere sulla percezione della realtà.
Secondo De Luca, infatti, le parole non sono mai neutrali: «Ci sono parole che producono un sentimento di reazione e di difesa in chi le ascolta». Per questo, ha sottolineato, la scelta dei termini è determinante: «Lo cambia eccome. Ti dà un’altra definizione della realtà».

Nel corso dell’intervista, lo scrittore – che non ha voluto commentare le polemiche scaturite dalle sue dichiarazioni sul genocidio e sul sionismo a Gaza – ha ribadito il valore della lettura come strumento di libertà e di precisione linguistica.
«Ho letto molti più libri di quanti ne abbia scritti», ha ricordato, sottolineando come la lettura consenta di acquisire «una proprietà di linguaggio e una precisione del vocabolario che ti difendono meglio dalle parole della pubblicità e della politica».

Rievocando gli anni della sua formazione, De Luca ha evidenziato l’importanza che allora veniva attribuita all’uso rigoroso dei termini.
«Quando ero giovane avevamo un vocabolario molto rigoroso, che pretendeva l’uso di parole estremamente precise», ha spiegato. «Il proletariato era una parola obbligatoria per indicare la condizione sociale degli operai. Non potevi chiamarlo popolo.»

Interpellato sulle reazioni seguite alle recenti vicende che lo hanno coinvolto, De Luca ha commentato: «La reazione non mi sorprende e neanche mi disturba», ricordando di aver ricevuto anche «manifestazioni di affetto e solidarietà».
Non è mancata una riflessione sul ruolo dei social network: «Si chiamano social, ma sono a-social. Uno sta dietro uno schermetto, pubblica qualcosa e si sente felice. Per me questa è proprio la dimostrazione dell’asocialità dei nostri tempi».

Infine, lo scrittore ha rivendicato il proprio spirito indipendente, soffermandosi sulla definizione di anticonformista.
«Da ragazzo i miei coetanei, per il mio modo di essere, mi definivano anticonformista. Mi sembrava un’esclusione. Poi mi sono accorto che quella definizione era giusta: mi identificava. Allora non me ne rendevo conto. Era il mio carattere che non mi faceva condividere certe forme di socialità dei miei coetanei.»
Un tratto che, secondo De Luca, affonda le radici in una scelta compiuta a diciotto anni: «Mi sono staccato da casa a 18 anni senza avvisare nessuno. Quella era la libertà: non sapere dove andare, non sapere cosa fare, se non che non volevo più restare in casa».

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