Italian Art Factory presenta ” K. H. KEITH HARING “: Da una collezione privata, una selezione di opere del maestro della Pop Art

maggio 14, 2016 / Eventi, Tempo libero

Italian Art Factory, il concept store di Robot City dedicato all’arte, al design e al lifestyle, presenta, da domenica 22 maggio a venerdì 30 settembre 2016, la mostra “K. H. Collezione privata di Keith Haring. Terracotte | Disegni | Acrilici| Gadget”.
Il vernissage, in calendario sabato 21 maggio dalle ore 18.00, vedrà la partecipazione straordinaria di Vittorio Sgarbi.
Concepita appositamente per gli spazi di Italian Art Factory, la mostra raccoglie 16 opere di Keith Haring provenienti da un’unica collezione privata: un insieme di lavori che, oltre a comprendere i celebri dipinti in acrilico su supporti vari, dà conto di alcuni aspetti meno esplorati dell’attività del maestro della Pop Art – come la produzione ceramica o i cataloghi di stampe multiple in edizione limitata – e che offre un compendio sui vari personaggi che popolano il suo immaginario artistico. Uno di questi è senz’altro il celebre Andy Mouse, qui presentato nelle forme di un giocattolo per bambini, che combina l’immagine di due eroi dell’artista: il protagonista dei fumetti Disney, Mickey Mouse, e l’amico artista Andy Warhol.
In occasione di questa mostra, Italian Art Factory si trasformerà nella riedizione di uno dei “Pop Shop” concepiti dall’artista, allestendo nello spazio espositivo un vero e proprio negozio, omaggio allo storico punto vendita creato da Keith Haring nel 1986. Nello store saranno disponibili oggetti di merchandising ufficiale, provenienti dalla Fondazione Keith Haring che si occupa di reperire fondi per il sostegno dei malati di AIDS e per i programmi dedicati all’infanzia.
Nato a Reading, in Pennsylvania, nel 1958, Keith Haring è stato il protagonista indiscusso dell’affermazione della street art nel sistema dell’arte contemporanea. La sua poetica, basata su un linguaggio diretto e sintetico che si esprime attraverso l’utilizzo esclusivo della linea, per trasmettere messaggi universali, si traduce in uno stile inconfondibile. La sua personalità e la sua vicenda personale sono il paradigma perfetto della dinamica atmosfera culturale esplosa a New York negli anni Ottanta.
Keith Haring ha fatto del graffito un’opera d’arte. Non solo: a lui si deve un contributo determinante alla conversione del lavoro artistico in oggetto di ampio consumo. Haring stampava pins raffiguranti i personaggi che animano i suoi subway drawings per regalarle in metropolitana e t-shirt con le proprie tag che vendeva per pochi dollari. Infine, nel 1986, apre a Soho “Pop Shop”, uno spazio dedicato alla vendita dei suoi gadget. Keith Haring considerava il negozio un’estensione del proprio lavoro il cui scopo era rendere l’arte accessibile a chiunque, in particolare a quel pubblico fatto dai membri delle comunità afroamericane e ispaniche e in generale delle minoranze della downtown newyorkese degli anni Ottanta, che sono state una grande fonte di ispirazione per la sua poetica.
Haring è il capo fila di un filone di indagine artistica che, nato con la Factory di Andy Warhol, arriva sino ai giorni nostri, passando per il gruppo Kaikai Kiki di Takashi Murakami, la casa Othercriteria di Damien Hirst, i gadget prodotti da Julian Opie a prezzi assolutamente popolari, la boule à neige di Maurizio Cattelan e le canzoni scaricabili su i-Pod firmate Martin Creed. Queste esperienze hanno portato a specificare il concetto di “negozio d’artista”, rendendolo l’opera stessa, come dimostrano per esempio i Flea Market di Rob Pruitt: un grande happening che coinvolge decine di artisti chiamati a vendere i propri prodotti direttamente agli avventori di questo strabiliante mercatino delle pulci.
Con la mostra “K. H. Collezione privata di Keith Haring. Terracotte | Disegni | Acrilici | Gadget” presso la galleria Italian Art Factory di Robot City, Keith Haring torna finalmente nell’amata Italia dove era stato per la prima volta nel 1983 come ospite di Lucio Amelio a Napoli, aderendo al progetto Terrae Motus a favore dei terremotati dell’Irpinia. Il suo legame con la Toscana è ancora più profondo, la regione ospita infatti l’ultimo segno della sua carriera artistica: il murale Tuttomondo, dipinto nel giugno 1989 sulla parete esterna della chiesa del convento di Sant’Antonio Abate di Pisa in soli 4 giorni. L’opera costituisce l’intervento più grande che abbia mai realizzato su suolo europeo.

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