Paolo Sorrentino laureato honoris causa alla Federico II di Napoli

giugno 6, 2015 / News, Personaggi

Il regista Paolo Sorrentino ha ricevuto venerdì 5 giugno presso l’Aula Magna storica dell’Università di Napoli Federico II, una laurea honoris causa in Filologia Moderna. A consegnare tra le mani del regista il prestigioso riconoscimento è stato il Rettore dell’ateneo federiciano, Gaetano Manfredi.

Ecco parte della lectio magistralis letta da Sorrentino durante la cerimonia.

“Se i ricordi e le suggestioni arrivassero in ordine, non sarei in grado di scrivere. Scrivere è anche la pulsione a mettere ordine nel caos delle suggestioni che ci arrivano addosso come certi acquazzoni estivi improvvisi. Mettere in ordine è un’illusione, noi non ci stanchiamo mai di illuderci, dunque di vivere: questa è la bellezza e la frustrazione dell’universo cinematografico. E’ meraviglioso, ma inquietante, vivere il falso. Il cinema ha le sembianze di un universo irresistibile e, dunque, perfetto. Noi del cinema, di questi universi paralleli, non possiamo farne a meno”.

Il cinema è una realtà virtuale. Platone nel “Mito della caverna” (VII libro de La Repubblica) tenta di dimostrare agli uomini, prigionieri di un mondo colmo di cose sensibili e contingenti, che la realtà è da considerarsi al di fuori dalla realtà soggettiva in cui sono incatenati, ossia al di fuori dall’apparenza del mondo sensibile. Sia il fuoco che arde alle spalle dei prigionieri della caverna di cui ci narra Platone che i proiettori di immagini  proiettano su un piano delle ombre, delle figure.
L’eredità del mito della caverna si riscontra in tanti prodotti cinematografici nei quali i temi della realtà, della ricerca di una risposta razionale circa l’apparenza delle cose, vengono declinati in maniera più o meno simile.
I film di Sorrentino ruotano sui rovesciamenti della percezione;  i suoi personaggi sono prigionieri di universi labili, in continuo movimento o collassanti.

“Il passaggio dal caos della vita, a volte monotono, allo status appassionato di un film o di un libro consiste nella varietà dei trucchi che vengono adoperati. Questi espedienti sono forme di bassezza, sono forme di disonestà, è vero, ma è tutto quello che abbiamo per scrivere e fare film. Alla fine del gioco i trucchi, queste forme innocue di disonestà, sono tutto quello che abbiamo per continuare a stare nel mondo. Ed allora ecco che quadrano i conti: per vivere e per scrivere serve il trucco. Esattamente come farebbe un mago, io i trucchi non ve li do, mi è dunque impossibile tenere una lezione sulla scrittura e sul cinema. Questi trucchi non vogliamo rivelarli a nessuno, sono una nostra forma di sopravvivenza. L’unica cosa che posso rivelare sono certi ricordi, certe suggestioni…”.

Quando si parla di trucco, vien da pensare alla magia. La magia è quella del cinema. Che il cinema sia (anche, e soprattutto) un effetto illusionistico lo sapevano bene i primi spettatori (quelli in fuga dal treno dei fratelli Lumière). Ed ecco che Sorrentino torna sulla dimensione magica e paradossale, assurda eppure indispensabile, delle illusioni. L’utilizzo del trucco diventa così strumento per raccontare l’animo umano e i suoi numerosi (auto)inganni. Sorrentino si auto dichiara un illusionista. Il regista conosce bene parecchi  trucchi del mestiere (non tutti) e noi, vittime e complici, quando guardiamo i suoi film ci lasciamo felicemente ingannare e stiamo al gioco. Non c’è limite all’intelligenza e, dunque, i trucchi (attenzione, non le tecniche) – essendo frutto dell’intelletto – non saranno mai definibili (sia per numero che per tipologia), neanche in 1000 lezioni. In poche parole: i suoi trucchi, come quelli di chiunque regista o scrittore, non sono numericamente finiti e non sono universali, non è detto che vadano bene per tutti e per tutto!

“Tutto ciò che accade di fondamentale in un essere umano accade nei primi anni di vita. Da questa consapevolezza ho trovato una base forte sulla quale costruire un numero indefinito di storie. Sta di fatto che non siamo mai sazi del dolore e del disagio, le gioie sono solo brevi intermezzi. Non si viene mai a capo di niente. Questo non venire mai a capo di nulla ti consente di tornare a scrivere un altro film. E’proprio in questo circolo vizioso del non venire mai a capo di nulla che da secoli si dimenano l’arte, la letteratura, il cinema, il teatro. Provare a trovare vie di fuga e non riuscirci. Eppure questa fatica è così eccitante e indispensabile! E’ così che il motore non si spegne mai”.

Vi siete mai chiesti perché un cane si morde la coda? Secondo alcuni veterinari si tratta di un preoccupante tic nervoso canino. Altre spiegazioni potrebbero essere: giocosità, desiderio di attirare l’attenzione degli esseri umani che spesso ridono delle loro “prestazioni”, o scarico di stress in concomitanza di eventi emozionanti, come fare la pappa o una passeggiata, ansia o frustrazione derivanti dall’impossibilità di intraprendere azioni normali. Ebbene si, sono le stesse situazioni che hanno spesso portato pittori, scrittori, registi a partorire opere di grande successo che hanno appassionato, emozionato, divertito il grande pubblico, proprio come quando un cane che si morde la coda diverte chi lo osserva.

“Goffi e bellissimi: così sono i giovani. Quante volte avrò sentito la parola speranza, tanto da arrivare a rifiutarla? Ho anche tentato di sostituire la parola speranza con la parola desiderio. Quando ero ragazzo ho sentito di grazie, di miracoli, ho sentito di fantasmi e di munacielli. La figura del munaciello racchiude tutto ciò che mi interessa raccontare: il munaciello è misterioso, divertente, ma allo stesso tempo incute paura. Piccolo e autorevole al contempo. In molti lo hanno visto, ma probabilmente non esiste. E’ un trucco e una suggestione per sopravvivere e giustificare malefatte e questo è per me il cinema. Questa è una forma di stupore, lo stupore della sopravvivenza”.

“O Munaciello: a chi arricchisce e a chi appezzentisce”, recita un famoso detto popolare partenopeo.
Di aspetto sgradevole – viene sovente descritto come un nano deforme (neanche a farlo apposta, la figura del nano è spesso ripresa nei film di Sorrentino) abbigliato in maniera analoga a quella di un monaco (da cui l’appellativo o’ munaciello) – il munaciello è solito intrufolarsi nelle abitazioni di persone comuni.
A coloro che rientrano nelle sue grazie, il munaciello lascia in dono del denaro; a coloro, invece, che non sono di suo gradimento, il pestifero spettro fa dispetti più o meno fastidiosi. Uno spirito malandrino, dunque, foriero di fortuna e prosperità – ma solo e soltanto a patto che i prescelti non rivelino mai a nessuno la fonte dei loro guadagni, pena l’immediata cessazione della buona sorte o di sventura e disgrazie.
Lo stesso vale per il cinema, che dalle parole di Sorrentino sembra essere croce e delizia per lo stesso regista. Chissà se la dichiarazione circa il non volerne svelare i trucchi è collegabile a pura gelosia oppure è semplice superstizione…

“Volevo poi raccontarvi le pene superiori ai nostri livelli di istruzione. Lo scarto tra lo scrittore e il lettore, il regista e lo spettatore: uno prova a sbalordire, l’altro prova e farsi sbalordire. A pensarci bene, la necessità di sbalordire è una necessità infantile e immatura, è quel che fanno i bambini con i genitori per diventare indelebili ai loro occhi. Da questa condizione di bambino che prova a sbalordire i genitori io non voglio uscire mai più, voglio vivere per sempre con la consapevolezza che questa ambizione a sbalordire contiene il rovescio della medaglia; tra il sublime e il ridicolo c’è soltanto un passo: questa è la voragine sulla quale si affacciano scrittori e registi”.

Il cinema è pur sempre spettacolo: lasciamogli quindi la sua capacità di sorprendere, di far sognare e immaginare. Sbalordire e rilanciare di continuo.
Ne “La grande bellezza” Sorrentino il sublime e il ridicolo convivono: cubiste e nobildonne, bambine prodigio e demoniaci cardinali dediti alla cucina più che alla fede, intellettuali di sinistra forti dei loro ideali alla moda e sfatte soubrette con facce di luna piena. Artisti da circo che il regista usa come intrattenimento, come un chiassoso corollario che svolge perfettamente il proprio compito nel momento in cui si rivela per quello che significa, cioè niente, e che, rivelandosi niente, rimanda a ciò da cui dovrebbe distrarre. Tutto  questo ambaradan – di luci, di parole, e di corpi – che anima le terrazze romane non è che un colossale marchingegno costruito apposta per dimenticarsi l’irrimediabile.

“Vorrei parlarvi della differenza che intercorre tra scrivere e fare il cinema, ma non ci riesco trovandomi a Napoli, dove davvero ogni angolo mi porta alla memoria qualcosa. E allora tutto quello che mi viene in mente stando qui sono i sentimenti dei miei primi 20 anni che mi hanno portato a scrivere e fare cinema. In molti dicono che io non scrivo le storie, non scrivo le trame, e questo in parte – solo in parte – è vero perché la malinconia – che è stata il mio sentimento prevalente – non produce storie, non causa effetti, non ha conseguenze. La malinconia è, e non ci puoi fare niente, viene e va via quando vuole lei, al massimo si serve di albe, tramonti e mari d’inverno per stimolarsi. Ma un’alba, un tramonto o un mare d’inverno non fanno la storia, ma fanno solo uno stato d’animo e io sono in grado di raccontare solo degli stati d’animo o – più precisamente – penso che sia più sbalorditivo raccontare uno stato d’animo che una trama”.

La Grande Bellezza  è un film sulla malinconia, che il “niente” di cui ho parlato prima dovrebbe attutire, e che invece attraversa, che lo vogliamo o no, la vita di tutti i personaggi che lo popolano.

“E poi, infine, la perdita prematura della spensieratezza. Intendiamoci, la perdita della spensieratezza è sempre prematura, si vorrebbe rimanere per tutta la vita sul sedile posteriore della macchina dei propri genitori che ti portano a fare una gita. La perdita prematura della spensieratezza consiste nel saltare al posto di guida prima del tempo. Questo comporta delle ansie fastidiosissime e intollerabili. Quando ho perso la mia spensieratezza ricordo solo uno stato d’ansia insopportabile. Ho provato ad uscirne fuori: dopo mia moglie e i miei figli, la scrittura e il cinema sono state per me opportunità impagabili per abbandonare le ansie e afferrare la spensieratezza perduta. E sono costate tutte meno dello psicoanalista! Il cinema è un’illusione, ma si può giovarne del benessere nutrendosi della reiterazione perpetua delle illusioni. Io la penso così. Quando vedo i miei attori muoversi così bene, come avrei voluto muovermi io a 18 anni, quando li vedo amare, parlare, piangere come avrei voluto fare io a 18 anni, l’ansia svanisce, mi illudo il tempo di una durata di un ciak che la loro spensieratezza sia la mia”.

Sorrentino, come Jep Gambardella, è osservatore illegittimo di ogni altra felicità. “Cercavo la grande bellezza. Ma non l’ho trovata” confessa Jep alla santa tentando di rispondere, onestamente, alla domanda che in tanti gli hanno posto: ossia perché, dopo il suo unico romanzo di uomo innamorato, lui non ha più scritto. Non ha più scritto, dice, perché non ha trovato la grande bellezza; ma riprende a scrivere per lo stesso identico motivo – perché non ha trovato la grande bellezza.
I personaggi di Sorrentino guardano nostalgici al loro passato, ma forse la grande bellezza la si trova quando consapevoli di ciò che è stato – bello o brutto che sia stato – ci si dedica solo al presente, forti degli errori, accettando le malinconie e, anzi, inquadrandole come strumento per solleticare altre emozioni. Dalle situazioni spiacevoli viene fuori – anche se a distanza di tempo – sempre qualcosa di buono. Perché rimuginare? D’altra parte se Sorrentino non avesse avuto una “giovinezza” così tormentata, forse oggi non godrebbe della stessa fama. Eppure alla mia domanda “Cambierebbe qualcosa del suo passato?”, lui risponde con fare annoiato “Certo che si, chi non vorrebbe farlo”; il mio più che scontato, voleva essere un interrogativo provocatorio, da un “grande” come lui mi sarei aspettata una risposta più forte. Secondo me, Sorrentino è fin troppo consapevole di quello che fa. Per me è e sarà un grande professionista del cinema.

Vedi le foto della cerimonia di consegna della laurea a Paolo Sorrentino

 

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